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Don Quichotte o Ulisse? Per una clinica transculturale con i migranti e i loro figli in Europa e nel mondo


“Credo che l’Uomo non abbia bisogno di essere salvato da se stesso; basta lasciarlo essere se stesso.
Il mondo ha bisogno di uomini piuttosto che di umanisti”.
George Devereux (1981, p.20)

Lasciare la propria casa, la propria famiglia, gli amici, la propria lingua, gli odori, i sapori, i colori per andare in un altro mondo, spesso completamente soli o quasi, è un’esperienza a volte banale, vecchia quanto il mondo ma sempre fuori dal comune. Non riguarda solo il grande viaggio razionale o imperioso, come quello di Ulisse ripetuto mille volte. Riguarda qualcos’altro, riguarda quegli uomini e quelle donne sconvolti che arrivano alle porte
dell’Europa, provenienti ad esempio dall’Africa occidentale, respinti all’aeroporto, che tentano la fortuna attraversando il deserto maliano, algerino, marocchino per poi arenarsi sulle coste spagnole, afflitti, sfruttati e spesso senza vita. La necessità è esteriore ma anche interiore. Decisamente il viaggiatore moderno che arriva in un Europa ben temperata assomiglia maggiormente ad un valoroso Don Quichotte che si batte contro i mulini a vento e alle avversità, piuttosto che ad un Ulisse, anche inspirato.
E il viaggio continua qui in Francia, in Portogallo, in Spagna o altrove…


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Texte initial :Moro MR. Don Quichotte o Ulisse? Per una clinica transculturale con i migranti e i loro figli in Europa e nel mondo. Bobigny : Association Internationale d’EthnoPsychanalyse ; 2009.







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